Ascoltare il giungere dell’aurora
Quando l’agricoltura e la pastorizia erano assai diffuse la società aveva un senso del tempo cadenzato dall’attesa e dalla mancanza perché ogni cosa aveva una sua stagione e questa portava nuovi colori e sapori, e ogni volta opportunità di cambiamento del ritmo e delle consuetudini di prima.
Ancora oggi quando il profumo della zagara inonda le vie di campagna si riconosce la traccia della primavera così come l’aroma del gelsomino notturno immerge nella pienezza dell’estate.
In natura tutto è connesso e l’essere umano è parte di questa interazione che richiede custodia reciproca per procurare autentico benessere. L’attesa e la relazione con quello che ci circonda educa al rispetto, al riconoscimento e all’ascolto della diversità, di conseguenza libera dalla ricerca di possesso e dalle diverse forme di violenza che vorrebbero dettare il ritmo a ciò che non ci appartiene.
Eppure oggi registriamo che l’organizzazione sociale, e prima ancora la cultura che la sostiene, sta scivolando sempre più nell’individualismo illudendosi di ricavarne benessere. Ciò genera continue disconnessioni che, di conseguenza, stanno producendo anonimato relazionale, frammentazione ed anestesie del cuore.
Le città hanno perso il loro rapporto, economico e sociale, con le campagne e i quartieri si sono trasformati in contesti di diffidenza e di conflitto tra simili. La famiglia, in particolare, è stata privata dei legami e la solitudine ha iniziato ad abitare le case ritmate dai turni lavorativi o, comunque, dall’efficientismo autoreferenziale dove ognuno non ha bisogno dell’altro.
Questo andamento, inevitabilmente, produce scarto umano e sociale, marginalità e discriminazioni che privano di bellezza l’agire umano.
Ha ragione Michele Serra quando su La Repubblica – editoriale di ieri 4 aprile – rispondendo alle affermazioni del ministro Nordio scriveva che il femminicidio non è legato “alla diversa sensibilità di alcune etnie” ma è un problema autoctono e cioè di ordine culturale in quanto si confonde la propria libertà, fraintesa come arrogante affermazione verso l’altro, con il diritto a non tollerare la diversità altrui.
La politica sottesa al mercato dei consumi, infatti, promuove l’omologazione e non l’unicità personale, la frammentazione dell’essere e non l’individuazione propria dell’alterità. Di conseguenza aumentano i pregiudizi e le discriminazioni sociali e, se chi sta al governo scambia un dato culturale con quello etnico, allora è facilmente prevedibile la confusione che impera in buona parte del nostro Paese.
Non siamo nostalgici del passato, la contemporaneità va attraversata e, piuttosto, vanno valorizzati i frutti che rimangono assai preziosi. Abbiamo bisogno di una visione etica che permetta di restituire volto e dignità relazionale alle città, al lavoro, ai territori, agli individui con le loro famiglie. La stessa economia abbisogna di recuperare questo tratto che non snaturi la dignità del lavoro ma ne faccia strumento di bellezza e di espressione autentica dell’umano.
Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di rimanere ancorati al passato, nostalgici di una memoria che andava bene per altri tempi e che sarebbe improponibile oggi. È l’atteggiamento che suggerisce la Parola di questa domenica (Is 43, 16-21) dove il Signore che aveva aperto la via del mare per salvare gli israeliti ora chiede di fare germogliare il deserto: prima il cammino andando oltre gli ostacoli e adesso la cura stanziale di un luogo apparentemente arido.
Il popolo mantiene la capacità di discernimento quando rimane in ascolto e custodisce la relazione, altrimenti cadrebbe nell’assolutizzazione della Legge e la liturgia si trasformerebbe in un atto formale privo della compassione propria del sentire di Dio.
La Scrittura puntualmente recupera il tratto relazionale a cui è chiamato ogni essere umano e anche il deserto può fiorire se diventa oggetto di cura. È quello che Dio compie per l’umanità tutta, senza mai arrendersi dinanzi alla fragilità del peccato.
Il brano evangelico proposto (Gv 8, 1-11) è quello della donna che i dotti della Legge pongono al centro della discussione con Gesù per poterlo condannare. La questione è sul suo adulterio e il loro sguardo è privo di compassione e chiuso in un raziocinio spersonalizzante.
Loro sono già violenti nell’irrompere in quell’insegnamento di vita che Gesù stava condividendo passando dal monte degli ulivi che di lì a poco avrebbe visto la sua ultima agonia. Lui si fa totalmente dono e loro con la violenza esibita pretenderebbero di farsi padroni di una vita umana, della Legge del Cielo e dello stesso Gesù che, con la loro domanda, vorrebbero prendere in ostaggio per poi accusarlo. La vita della donna è utilizzata come pretesto di scontro e anche a lei toccherebbe la stessa sorte di Gesù.
Eppure Lui si sottrae da questa prova di potere e con un’espressione lapidaria – “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, li depotenzia in quanto li fa entrare dentro se stessi.
Fino a quando l’umano rimarrà alla periferia di se stesso sarà capace degli abomini più gravi ed è sempre un gesto codardo quello di chi ferisce la vita altrui.
“Scagliare la prima pietra”, piuttosto, sarebbe un atto coraggioso, ma il coraggio dell’uomo autentico non ammette ingiustizie e, ancora, mantiene inchiodati nel rispetto del prossimo. È coraggioso, dunque, chi difende la causa della giustizia fino a pagare con il martirio, chi resiste nonostante le innumerevoli delusioni della vita, chi dona gratuitamente senza chiedere nulla in cambio.
Non significa non avere paura per il prezzo da pagare. Anche Giovanni Falcone affermava che il coraggio è il sapere convivere con la paura senza lasciarsi condizionare da essa. Gesù avrà paura nel Getsemani ma non esiterà a bere sino alla fine il calice del dono totale di sé per amore dell’umanità.
Lui non porrà al centro il peccato della donna ma il suo perdono e, attraverso questo, la forza per contrastare ogni male. È la riflessione che condividiamo con tanti che hanno la misura alternativa alla detenzione e fanno servizio nella nostra Comunità di Danisinni. Questo offre loro la possibilità di imparare dall’accoglienza e dalle pratiche di bene un modo differente di stare nel cammino della vita.
Torna caro il ricordo di don Baldassare Meli di cui abbiamo appena presentato il libro. Un profeta dei nostri giorni che ha resistito come vigile sentinella sino alla fine.
Nella sua testimonianza risuonano ancora le parole del profeta Isaia (21, 11): “Sentinella, quanto resta nella notte?”. Se il buio della notte non lascia comprendere quando giungerà l’aurora, lo sguardo del profeta continua a penetrare l’oscurità della notte rimanendo in ascolto del sorgere di una nuova alba. È quella che lui ha condiviso con tanti a cui ha restituito il diritto e la dignità della vita.